martedì 20 maggio 2014
La storia del calcio e i suoi miti raccontati da un concorezzese
Pubblicato sul Giornale di Vimercate del 20 maggio 2014, a firma Viviana de Vittorio.
Fonte: Il giornale di Vimercate, edizione cartacea, 21 mag 2014
giovedì 15 maggio 2014
Anteprima su GQ Italia de ''Da Antognoni a Zico'', maggio 2014
Esce in libreria una raccolta di racconti sulla
storia dei più grandi numeri 10 del calcio: da Maradona a Pelè, da Zico
a Zidane fino a Totti, Del Piero, Matthaus, Eusebio. Perché il numero
10 è una categoria dello spirito. Ecco il racconto dedicato a uno dei
più grandi calciatori italiani di sempre.
[...]
Fonte: fabioghezzi.com
"Da Antognoni a Zico", dal 20 maggio 014, con Lothar di Fabio Ghezzi
Il numero 10 è il campione dotato di fantasia, di estro. Il campione capace di consolarci, di farci recuperare la memoria dei miti e dei riti del passato, dei fasti di un tempo. Non smette mai di stupire per i suoi goal, i suoi colpi di genio, i suoi assist.
Darwin Pastorin
Darwin Pastorin
pp. 176 - Hardcover
formato 13X20
978-88-6004-332-0
12,00 euro
Il numero 10 non solo come numero stampato dietro una maglia da gioco. Numeri 10 all’interno del rettangolo verde, ma anche, o forse soprattutto, fuori. In rettangoli infinitamente più ampi o infinitamente più ristretti, a seconda delle circostanze.
Numeri dieci che sono presenti anche se in realtà portavano il 7, o il 14, o il 21. O che non sono presenti nonostante l’abbiano portato per tutta la carriera disegnato pure sui calzettoni. Numeri 10 molto famosi oppure molto meno famosi. Perché la fama spesso è aleatoria, il ricordo del 10 in chi il 10 lo ha sognato una vita intera, spesso no.
Perché il numero 10 è una categoria dello spirito. Un bicchiere vuoto, ma pronto a essere nuovamente riempito, sul bancone di un bar. Un tiro a togliere le ragnatele dall’incrocio dei pali proprio al 90esimo. Un bacio su una lacrima di gioia o di sconforto. Un gol di mano quando proprio non si dovrebbe. Eppure. Da Maradona a Pelè, da Zico a Zidane fino a Totti, Del Piero, Matthaus, Eusebio. Tutti i più grandi giocatori della storia del calcio raccolti in un unico libro di storie, sensazioni, vita sportiva.
Numeri dieci che sono presenti anche se in realtà portavano il 7, o il 14, o il 21. O che non sono presenti nonostante l’abbiano portato per tutta la carriera disegnato pure sui calzettoni. Numeri 10 molto famosi oppure molto meno famosi. Perché la fama spesso è aleatoria, il ricordo del 10 in chi il 10 lo ha sognato una vita intera, spesso no.
Perché il numero 10 è una categoria dello spirito. Un bicchiere vuoto, ma pronto a essere nuovamente riempito, sul bancone di un bar. Un tiro a togliere le ragnatele dall’incrocio dei pali proprio al 90esimo. Un bacio su una lacrima di gioia o di sconforto. Un gol di mano quando proprio non si dovrebbe. Eppure. Da Maradona a Pelè, da Zico a Zidane fino a Totti, Del Piero, Matthaus, Eusebio. Tutti i più grandi giocatori della storia del calcio raccolti in un unico libro di storie, sensazioni, vita sportiva.
Racconti su: Giancarlo Antognoni, Roberto Baggio, Dennis Bergkamp, George Best, Éric Cantona, Johan Cruyff, Alessandro Del Piero, Agostino DiBartolomei, Alfredo Di Stéfano, Eusebio, Luís Figo, Paul Gascoigne, Mágico González, Ruud Gullit, Gheorghe Hagi, Matthew Le Tissier, Leonardo, Roberto Mancini, Diego A. Maradona, Lothar Matthäus, Sandro Mazzola, Lionel Messi, Pelé, Michel Platini, Raul, Gianni Rivera, Romario, Ronaldinho, Cristiano Ronaldo, Rui Costa, Dejan Savicevic, Omar Sívori, Francesco Totti, Zico, Zinédine Zidane e Gianfranco Zola.
mercoledì 14 maggio 2014
Salone del Libro Torino 014; anteprima del libro "da Antognoni a Zico"
giovedì 8 maggio 2014
Scrivere è falso.
Scrivere
è un verbo falso. Scrivere descrive un gesto, una forma. Si può
scrivere in diversi modi, soddisfacenti, redditizzi, frustranti. Poi c'è
una diversa via.
E' quando la carta, lo schermo, lo stilo, le dita, non sono più oggetti materiali, ma appendici del pensiero. Non di un pensiero veloce, di un automatismo, come guardare a sinistra prima di attraversare, allacciarsi le stringhe, rispondere -pronto- al telefono. O scegliere la solita marca di spaghetti. O puntare la sveglia alle 7, di fisso, e ricominciare a lavorare allo stesso modo di ieri.
Scrivere è sciogliere la tela come Penelope, finché rimane soltanto l'ordito. Scrivere è depurare il flusso di pensieri, liberando quelli vivificanti. E' abbracciare nel ricordo odio e amore, intrufolarsi nelle lacerazioni del tempo e uscirne nuovo. E' viaggiare senza muoversi. E' scoprire fra le pieghe delle parole, nei loro significati sottesi, nelle mescolanze inattese di fonemi e sensi e concetti, che esiste una possibilità di rinascere. Dalla noia, dalle paure, dei buchi di senso.
E' troppo bello ragazzi, è troppo bello.
E' quando la carta, lo schermo, lo stilo, le dita, non sono più oggetti materiali, ma appendici del pensiero. Non di un pensiero veloce, di un automatismo, come guardare a sinistra prima di attraversare, allacciarsi le stringhe, rispondere -pronto- al telefono. O scegliere la solita marca di spaghetti. O puntare la sveglia alle 7, di fisso, e ricominciare a lavorare allo stesso modo di ieri.
Scrivere è sciogliere la tela come Penelope, finché rimane soltanto l'ordito. Scrivere è depurare il flusso di pensieri, liberando quelli vivificanti. E' abbracciare nel ricordo odio e amore, intrufolarsi nelle lacerazioni del tempo e uscirne nuovo. E' viaggiare senza muoversi. E' scoprire fra le pieghe delle parole, nei loro significati sottesi, nelle mescolanze inattese di fonemi e sensi e concetti, che esiste una possibilità di rinascere. Dalla noia, dalle paure, dei buchi di senso.
E' troppo bello ragazzi, è troppo bello.
lunedì 5 maggio 2014
Doppiato Capo Horn
I libri si pubblicano per smettere di correggerli
(Borges). Da MM a LAEUM. Scrivere dei momenti salienti, è la cosa più facile. Di
quelli di mezzi, dei giorni sfumati, delle emozioni minime, è tutta
un'altra questione. Un libro è come una tela, decorazioni difformi ma
stessa trama e ordito. E affinché sia perfetta, ogni centimetro quadrato
e ogni pagina devono essere aderenti. Quando superi gli scogli delle
sirene, o la mortale noia della bonaccia, vedi l'orizzonte. Si naviga da
cinque anni, e ormai Itaca è appena oltre la curva del cielo de del
mare.
Originale da: fabioghezzi.com
lunedì 14 aprile 2014
Da Pierén, dal 1873 trattoria in Concorezzo
Da Pierén o "Della Campagna": dal 1873. Fra le più antiche trattorie della Lombardia. (da Concorezzo Notizie, aprile 2014. Di Fabio Ghezzi)
C'era una volta l'osteria l'Uston, la Trani o di Santa Marta, antichi nomi che sopravvivono solo nella memoria dei più vecchi. Ma nella Cuncuréss di un tempo, prima ancora che queste osterie vedessero la luce, ce n'era una che rimane al suo posto ancora oggi: la trattoria ''della Campagna'', diffusamente conosciuta come da Pierèn o Pierino. Antonio e Mino, pronipoti del fondatore, la gestiscono da più di quarant'anni.
«L'osteria fu fondata da nostro bisnonno Gerolamo Brambilla, classe 1845. L'atto notarile della compravendita, certificato in comune, è del 1895. Mio nonno Pietro, a memoria, dava però per sicura la presenza di Gerolamo qui già dal 1887, ma l'attività precedente risale addirittura al '73. A Gerolamo, morto nel 1925, sono succeduti nonno Angelo, papà Pietro (Pierén) e, a partire dagli anni '60, noi due.»
«Per anni la trattoria è stata gestita da nonna Mariétt (moglie di Angelo), che dopo la scomparsa del nonno nel '38 ha portato avanti l'attività da sola. Fino a qualche anno fa gli anziani ci indicavano appunto con da Mariètt, prima amò l'era da Gerolam, infine è diventato da Pierén. Il nome ufficiale invece è rimasto sempre ''della Campagna'', perché qui finiva il centro storico e iniziavano i campi.»
Un'attività quindi ininterrotta da circa 130 anni?
«Sì, non abbiamo mai chiuso, neanche in periodo di guerra, nonostante in quel periodo nonno Angelo dovette fare qualche peripezia... Come tutti d'altronde! Si insaccava il maiale di nascosto, dai contadini, e li si chiudeva a stagionare in cantina. In caso d'ispezione, per evitare guai, bisogna regalare qualche salame... Oppure il riso, che si andava a comprare de sfroos dopo Paullo.»
Il lavoro come è cambiato?
«Prima l'era un lauràsc! Fino la seconda guerra eravamo principalmente un'osteria con mescita di vino. Si compravano le botti per cavare damigiane e bottiglie. La gente di campagna la vegniva a l'usteria per giugà aj cart e bev un quej bicé, si mangiava la domenica e durante le festività religiose. La trasformazione s'è avuta dopo la guerra, col boom economico, quando s'era aperti 7 giorni su 7 da mattina a sera. Si iniziava con la colazione prima del cantiere, poi il doppio turno a pranzo, coi manovali dell'edilizia dalle 12.10 fin l'una, e coi dipendenti degli uffici dopo. Le colazioni si sono ridotte con lo sviluppo urbanistico, le strade di passaggio si sono spostate sull'esterno. Ma il lavoro è crollato drasticamente solo negli ultimi 6-7 anni, a causa della crisi. I manovali adesso optano per pranzi economicissimi, tanti addirittura mangiano in cantiere.»
Anche la cucina è rimasta fedele alla conduzione?
«Certo, non abbiamo bisogno di menù, i nostri clienti ci conoscono da una vita! Siamo rimasti una trattoria decisamente classica, coi piatti della tradizione brianzola rivisti e corretti per i tempi correnti. Una cucina dal carattere invernale, fatta di pietanze corpose; di estivo, pusee de pulenta e lacc, el ghe no! Dalla cassoeula, alla trippa, al rognone, sono tutte portate che derivano da una cucina povera, di secondo taglio, alla portata delle tasche vuote d'una volta.»
Cosa proponete?
«Oltre i primi canonici, arrabbiata, casonsej, tagliatelle, tutte le sere abbiamo almeno 4-5 arrosti al forno, e chi chiama in anticipo chiede i piatti più elaborati, come cassoeula e brasato, bolliti e oss büss. Nella carne manteniamo tagli particolari: nel vitello il reale e la punta, nel manzo il guanciale e 'l capel da pret, nel maiale stinco e cosciotto, oltre l'agnello. Nel periodo invernale spesso il giovedì femm trippa e salame cotto, come da tradizione.»
Come sono mutati i gusti?
«Se i piatti sono gli stessi, si è raffinata la preparazione. La casöla ora tendo a farla più magra; musi, piedini, cotenna li cuocio a parte in modo che il grasso sia meno importante. Io credo che quando i piatti sono di derivazione popolare, è normale che ognuno le faccia a modo suo. A mi me fann rid quand che dìsen: sa fa inscì! La cassouela nasce come piatto poverissimo; chi aveva la fortuna di avere il maiale in cascina, lo ammazzava a novembre. E in quel periodo, a parte la scigula a stagionare nelle casse, da queste parti a gh'eren in gir dumé i verz! Così con le verze e tutti gli scarti che non si usavano per gli insaccati, orecchio, oss, müsett, pesciö, e qualche cotenna che non andava nei vaniglia... sa trava tusscòss insema, e pö sa meteva dénter un salamin!»
Si può dire che almeno una volta da questo ingresso siano passati tutti quanti i concorezzesi...
«Mi piace ricordare Don Enrico. Veniva spesso a chiacchierare con mamma e papà. Chiedeva sempre un ''bel caffè napoletano'', perché era tifoso del Napoli, l'unico al mondo! Lo era diventato perché amico del portiere Bugatti. Qui invece aveva trovato un amico in mio papà, con cui si intratteneva per ore a parlare dei vecchi tempi del paese. Ricordo bene la orazione funebre, quando s'è staccato dalla figura del cüraa, e ha fatto un discorso come se stesse parlando con un amico: ''Cià Pierèn, parlum dumé mi e tì del temp ch'em passaa insèma. Fa nient se ghe 'scultum i oltar. Te see' staa 'l primm, quand che sun rivaa a Cuncuréss, a fam sentij vün del paés.'' Don Enrico era una persona molto profonda: persino quando ormai faticava a camminare, passava nei momenti di pausa e bevevamo un caffè. Anche se non la pensavamo sempre uguale, dialogare con lui era sempre un piacere.»
Copyrights: Fabio Ghezzi, www.fabioghezzi.com
Pubblicato su: Concorezzo Notizie, aprile 2014
Articolo originale: fabioghezzi.com
Screenshots:Flickr | Mirror
C'era una volta l'osteria l'Uston, la Trani o di Santa Marta, antichi nomi che sopravvivono solo nella memoria dei più vecchi. Ma nella Cuncuréss di un tempo, prima ancora che queste osterie vedessero la luce, ce n'era una che rimane al suo posto ancora oggi: la trattoria ''della Campagna'', diffusamente conosciuta come da Pierèn o Pierino. Antonio e Mino, pronipoti del fondatore, la gestiscono da più di quarant'anni.
«L'osteria fu fondata da nostro bisnonno Gerolamo Brambilla, classe 1845. L'atto notarile della compravendita, certificato in comune, è del 1895. Mio nonno Pietro, a memoria, dava però per sicura la presenza di Gerolamo qui già dal 1887, ma l'attività precedente risale addirittura al '73. A Gerolamo, morto nel 1925, sono succeduti nonno Angelo, papà Pietro (Pierén) e, a partire dagli anni '60, noi due.»
«Per anni la trattoria è stata gestita da nonna Mariétt (moglie di Angelo), che dopo la scomparsa del nonno nel '38 ha portato avanti l'attività da sola. Fino a qualche anno fa gli anziani ci indicavano appunto con da Mariètt, prima amò l'era da Gerolam, infine è diventato da Pierén. Il nome ufficiale invece è rimasto sempre ''della Campagna'', perché qui finiva il centro storico e iniziavano i campi.»
Un'attività quindi ininterrotta da circa 130 anni?
«Sì, non abbiamo mai chiuso, neanche in periodo di guerra, nonostante in quel periodo nonno Angelo dovette fare qualche peripezia... Come tutti d'altronde! Si insaccava il maiale di nascosto, dai contadini, e li si chiudeva a stagionare in cantina. In caso d'ispezione, per evitare guai, bisogna regalare qualche salame... Oppure il riso, che si andava a comprare de sfroos dopo Paullo.»
Il lavoro come è cambiato?
«Prima l'era un lauràsc! Fino la seconda guerra eravamo principalmente un'osteria con mescita di vino. Si compravano le botti per cavare damigiane e bottiglie. La gente di campagna la vegniva a l'usteria per giugà aj cart e bev un quej bicé, si mangiava la domenica e durante le festività religiose. La trasformazione s'è avuta dopo la guerra, col boom economico, quando s'era aperti 7 giorni su 7 da mattina a sera. Si iniziava con la colazione prima del cantiere, poi il doppio turno a pranzo, coi manovali dell'edilizia dalle 12.10 fin l'una, e coi dipendenti degli uffici dopo. Le colazioni si sono ridotte con lo sviluppo urbanistico, le strade di passaggio si sono spostate sull'esterno. Ma il lavoro è crollato drasticamente solo negli ultimi 6-7 anni, a causa della crisi. I manovali adesso optano per pranzi economicissimi, tanti addirittura mangiano in cantiere.»
Anche la cucina è rimasta fedele alla conduzione?
«Certo, non abbiamo bisogno di menù, i nostri clienti ci conoscono da una vita! Siamo rimasti una trattoria decisamente classica, coi piatti della tradizione brianzola rivisti e corretti per i tempi correnti. Una cucina dal carattere invernale, fatta di pietanze corpose; di estivo, pusee de pulenta e lacc, el ghe no! Dalla cassoeula, alla trippa, al rognone, sono tutte portate che derivano da una cucina povera, di secondo taglio, alla portata delle tasche vuote d'una volta.»
Cosa proponete?
«Oltre i primi canonici, arrabbiata, casonsej, tagliatelle, tutte le sere abbiamo almeno 4-5 arrosti al forno, e chi chiama in anticipo chiede i piatti più elaborati, come cassoeula e brasato, bolliti e oss büss. Nella carne manteniamo tagli particolari: nel vitello il reale e la punta, nel manzo il guanciale e 'l capel da pret, nel maiale stinco e cosciotto, oltre l'agnello. Nel periodo invernale spesso il giovedì femm trippa e salame cotto, come da tradizione.»
Come sono mutati i gusti?
«Se i piatti sono gli stessi, si è raffinata la preparazione. La casöla ora tendo a farla più magra; musi, piedini, cotenna li cuocio a parte in modo che il grasso sia meno importante. Io credo che quando i piatti sono di derivazione popolare, è normale che ognuno le faccia a modo suo. A mi me fann rid quand che dìsen: sa fa inscì! La cassouela nasce come piatto poverissimo; chi aveva la fortuna di avere il maiale in cascina, lo ammazzava a novembre. E in quel periodo, a parte la scigula a stagionare nelle casse, da queste parti a gh'eren in gir dumé i verz! Così con le verze e tutti gli scarti che non si usavano per gli insaccati, orecchio, oss, müsett, pesciö, e qualche cotenna che non andava nei vaniglia... sa trava tusscòss insema, e pö sa meteva dénter un salamin!»
Si può dire che almeno una volta da questo ingresso siano passati tutti quanti i concorezzesi...
«Mi piace ricordare Don Enrico. Veniva spesso a chiacchierare con mamma e papà. Chiedeva sempre un ''bel caffè napoletano'', perché era tifoso del Napoli, l'unico al mondo! Lo era diventato perché amico del portiere Bugatti. Qui invece aveva trovato un amico in mio papà, con cui si intratteneva per ore a parlare dei vecchi tempi del paese. Ricordo bene la orazione funebre, quando s'è staccato dalla figura del cüraa, e ha fatto un discorso come se stesse parlando con un amico: ''Cià Pierèn, parlum dumé mi e tì del temp ch'em passaa insèma. Fa nient se ghe 'scultum i oltar. Te see' staa 'l primm, quand che sun rivaa a Cuncuréss, a fam sentij vün del paés.'' Don Enrico era una persona molto profonda: persino quando ormai faticava a camminare, passava nei momenti di pausa e bevevamo un caffè. Anche se non la pensavamo sempre uguale, dialogare con lui era sempre un piacere.»
Copyrights: Fabio Ghezzi, www.fabioghezzi.com
Pubblicato su: Concorezzo Notizie, aprile 2014
Articolo originale: fabioghezzi.com
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